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Lettre de Luca Orlandini à propos de Baudelaire et l'expérience du gouffre

31/8/14



Milano, 31 Agosto, 2014
 
Al Gentile Lettore,
 
Vorrei segnalare alcuni errori in cui sono inciampato nella riproduzione (e traduzione) quasi integrale del III capitolo del Falso trattato d'estetica, nel mio saggio L. Orlandini, La vita involontaria. In margine al “Baudelaire e l’esperienza dell'abisso” di B. Fondane, Aragno, Torino, 2014. Gli errori sono stati notati  quando ormai il libro era in fase di stampa.  Segnalo qui solo alcuni de refusi – i più importanti – e degli l’errata corrige:
 
- A p. 80, nota 79, si trova: “un paradiso di ‘inconsistente rozzezza’ […]”. Dovrebbe essere: “un
paradiso di ‘volgare pigrizia’ […]”

- A p. 89 “la prima crepa intravista di un vetro”, dovrebbe essere in realtà: “la prima ruga intravista
allo specchio".

- Stessa pagina, “l’ingiallimento del foglio”, dovrebbe essere in realtà: “l’ingiallire di una foglia”.
 
Per spiegare i perché di questi refusi – e altri in numero limitato – occorrerebbe un racconto di Dostoevskij, per narrare di un’operazione editoriale così complessa e vasta come quella del Baudelaire e l’esperienza dell’abisso, e delle vere e proprie avventure in cui, a volte, ci si trova immersi, come un naufrago in un oceano in piena tempesta, in solitudine. Guardando questi errata corrige ci torna in mente, fatti i dovuti distinguo, un quasi analogo, anche se di altre dimensioni, episodio che era capitato a Giorgio Manganelli, autore certamente stralunato e assurdo, ma sicuramente un’autorità nel “mondo delle parole”. La prima edizione del testo teatrale Cassio governa a Cipro, uscì con uno sproposito di refusi, circa 19, tenendo anche conto che si trattava di un libro con un numero ridotto di pagine, esattamente 97.
Bene, Manganelli non pensò nemmeno di chiedere che l’edizione venisse ritirata e ripubblicata, come sarebbe stato forse logico. Ma si sa, Manganelli era Manganelli, e con la logica non aveva una grande frequentazione. Chiese, e ottenne, che in ogni copia venisse inserito un foglietto con gli “errata corrige”. Certamente l’editore – Rizzoli per la precisione – fu ben contento della soluzione prospettata dall’autore, anche se solo per motivi economici; ma per il “Manga”, come all’epoca veniva universalmente chiamato, le motivazioni erano ben diverse.
Non lo preoccupavano certo i problemi economici del suo editore – aveva già da pensare ai suoi – ma pensava al lettore. Voleva che avesse la possibilità di vedere entrambe le scritture, voleva che potesse confrontare e decidere in totale libertà e magari, perché no, trovare un’ulteriore lettura, assolutamente personale.
D’altronde cosa aspettarsi da un autore che aveva affermato, parlando di un altro suo libro, il Pinocchio, un libro parallelo, quanto segue: “Io ho di fronte a me le 24 lettere, come nella biblioteca di Babele, ho di fronte tutte le parole del Pinocchio. Però non mi è stato detto che io debba leggerlo in quell’unico senso con cui le parole sono state scritte da colui che si considerava l’autore originario. Io posso lavorare su quelle parole. Posso farle giocare, posso addirittura adoperare i refusi. C’è un punto, nel commento al Pinocchio, in cui ho adoperato due edizioni. In una c’era un refuso. In una era ‘invernale’, nell’altra ‘infernale’: molto bella questa possibilità e tutto sembra perfettamente legittimo se io opero nell’ambito dell’arbitrario e del documentato.”
 
Manganelli amava i refusi, le imprecisioni, le traduzioni arbitrarie, che lui riteneva “l’inconscio delle parole”. Se avesse visto le sviste, gli errori, le traduzioni di cui sopra (e altri – in numero assolutamente limitato), avrebbe certamente trovato motivo di curiosità e divertimento, avrebbe sicuramente detto al traduttore che lui non aveva sbagliato, ma aveva semplicemente letto “quello che era scritto nelle righe bianche”. Forte di questa inclita compagnia, il traduttore chiede comprensione e, perché no, anche un po’ di complicità.
 
Luca Orlandini





 

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